Si può morire a 18 anni? Come parlare della morte ai ragazzi

La newsletter per gli insegnanti di religione: intervista al nostro Vescovo

Come parlare della morte ai ragazzi

In questa pagina dedicata agli insegnanti di religione abbiamo deciso di parlare con il nostro Vescovo, monsignor Guido Gallese, di un fatto di cronaca che ha coinvolto un coetaneo degli studenti affidati ai professori di religione a cui ci rivolgiamo con la nostra newsletter. Lorenzo Parelli, 18 anni, studente di Meccanica industriale al centro di formazione professionale dell’Istituto salesiano di Udine, è morto nel suo ultimo giorno di stage in carpenteria, il 21 gennaio scorso. Il ragazzo è stato schiacciato da una putrella d’acciaio. Le indagini per stabilire le responsabilità sono ancora in corso, ma quello su cui vorremmo focalizzarci è proprio il cuore della vicenda. Nell’articolo del “Corriere della Sera” dove si parla della sua tragica scomparsa, Lorenzo viene descritto come un ragazzo entusiasta, determinato, volenteroso. Amava la moto, voleva prendere la patente nautica e aveva deciso che, una volta concluso l’anno e preso il diploma di meccanico, avrebbe frequentato il quinto anno dell’istituto, che rappresenta una sorta di master.

Eccellenza, perché se Dio esiste ha permesso una cosa del genere? Come possiamo rispondere?

«”Il Signore Gesù nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito”. La Lettera agli Ebrei (Eb 5,7) descrive così la relazione tra Gesù Cristo e la morte: quel “venne esaudito” non indica che Gesù non ha subito la morte, ma che è risuscitato. Ora, il punto è che Dio, che aveva potere di farlo, non ha voluto che suo Figlio non affrontasse la morte. Pur rimanendo il fatto che la morte è frutto del peccato e che Gesù era senza peccato. Ma Cristo ha voluto condividere tutto della vita degli uomini, è stato obbediente fino alla morte in croce».

Un ragazzo potrebbe anche chiedere: «Ma come si fa a vivere questi momenti? Il cristianesimo è una religione della sofferenza?».

«No. Il cristianesimo è una religione che tiene presente il fatto che la sofferenza esiste e non è stata eliminata da Dio nemmeno quando è venuto sulla Terra. Il punto è che di fronte alla morte di una persona il dramma del senso della vita emerge in modo ineludibile. Non si può dire: “Ci penso domani”. Questo tuo amico non ha più un domani. È una cosa crudissima. Così crudele che, istintivamente, cerchiamo un capro espiatorio, che potrebbe anche essere individuato in Dio, se non fosse che Gesù ha preso un’altra strada. Nel Vangelo non si trovano spiegazioni scritte a chiare lettere su tutto: su alcune cose ci orientiamo nel buio delle interpretazioni. Però possiamo affermare con certezza che Gesù Cristo ha vinto la morte, ma la manifestazione piena di questo la vedremo solamente nell’eternità».

Ci spieghi meglio…

«L’uomo è fatto non solo di un corpo, ha anche un’anima immortale. Il problema non è quello di essere semplicemente sani fisicamente: la cosa più importante è la salute dell’anima, la salute eterna. L’uomo non è in pericolo solo sul piano della sua salute fisica perché dopo un certo numero di anni inevitabilmente muore, ma riguardo alla salute eterna. Se muoio e faccio vita grama nell’eternità, che senso ha la vita terrena? Riusciamo a comprendere come Gesù si è comportato sul piano della salute fisica solo se ci focalizziamo sul fatto che esiste la vita eterna. Senza questo sguardo, il problema rimane insoluto. Cristo è venuto a dirci: “Non c’è amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici”. Ci sta dicendo cioè che l’amore è al di sopra della vita: perché l’amore dura in eterno, la vita terrena no».

Ma un ragazzo potrebbe obiettare: «Il mio amico che è morto non è Gesù Cristo…».

«Il tuo amico non è Gesù ma con la sua morte ti richiama al senso della vita. Tu sei libero di dare un’interpretazione alla tua esistenza. Puoi affermare che dopo la morte non c’è nulla, puoi vivere in balia delle sensazioni del momento, puoi condurre le giornate come vengono. Tu vivi a seconda del senso che dai alla vita. Il tuo amico con la sua scomparsa ti sta chiedendo che interpretazione dai davvero dell’esistenza, dal momento che, purtroppo, noi non ne abbiamo padronanza. Alla fine della vita si capirà quale interpretazione era corretta e quale no».

E quindi se un giovane ci chiedesse: «Vorrei vivere a pieno la vita che mi è stata donata anche per onorare quella del mio amico scomparso. Come posso fare, cosa devo fare?»

«Gli risponderei così: “Se decidi che è una cosa buona e giusta per te, prova a seguire quello che Gesù ti ha insegnato”».

E dove potrebbe trovare quello che Gesù ha insegnato?

«In una chiesa (ecclesia), ovvero in una assemblea di fedeli. Deve trovare una comunità, cioè un insieme di persone che seguono gli insegnamenti di Gesù Cristo. Quindi che perseverano nell’insegnamento degli Apostoli, nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere (cfr At 2,42). Dette così potrebbero sembrare azioni banali, ma sono proprio la chiave di tutto. Perché per seguire Gesù devi conoscerlo (essere perseverante nell’insegnamento degli Apostoli), devi stare con gli altri (quindi facendo comunità), celebrando l’Eucaristia che perpetra questa offerta amorosa di Cristo e continua a metterci davanti il suo modello di vita, ovvero amare e offrire amorosamente la vita. E poi devi pregare: la preghiera è la forza dei Cristiani».

Come potrebbe fare tutto questo, in un mondo come quello di oggi?

«Iniziando a farlo. Le cose bisogna viverle, non immaginarle. Non si può descrivere il profumo del pane. La questione nodale sulla morte del coetaneo è riflettere sul fatto che le persone ti lasciano un’eredità con la loro vita. Dobbiamo cogliere tutto ciò che di buono ci è stato donato, perché quello che rimane per sempre è il bene, l’amore. Veramente questa è l’unica cosa che rimane. Nella vita c’è qualcosa che ci trascende: dobbiamo imparare a leggere gli avvenimenti con questa chiave di trascendenza».

Lei è sicuro di questa chiave di lettura “di trascendenza”? Non pensa che sia una sorta di via di fuga della mente per non essere annichilita dalla sofferenza?

«Penso proprio di no».

E come fa ad averne la certezza?

«Perché l’ho provato. Mi sono messo in cammino, mi sono messo al gioco di Dio e lui non mi ha mai deluso. Non vuol dire che non mi abbia fatto tribolare…».

Cosa vuol dire che non l’ha mai delusa?

«Che mi ha sempre dato pace. Sempre».

Zelia Pastore

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