Ma è un dono o un regalo?

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«Dare consigli è sempre un compito difficile. Io personalmente non amo dare lezioni di vita, ma mi sento di dire ai genitori dei miei alunni che il dono più grande che possono fare ai loro figli è trascorrere del tempo con loro che sia di qualità e di attenzione dedicata». Maria Luisa Reforti Tribbio insegna Religione da quando aveva 29 anni (oggi è negli istituti “Pascoli” di Felizzano, nelle scuole secondarie di I grado di Felizzano e Solero e nell’istituto comprensivo “Galilei” di Alessandria – scuola secondaria “Vivaldi”) e per 35 anni ha fatto servizio ecclesiale come catechista. A lei abbiamo chiesto come accogliere gli studenti al rientro dalle feste di Natale, come invitarli a riflettere sul tema “regalo o dono?”.

Iniziamo chiedendole questo: come è nata la sua decisione di diventare insegnante di religione?

«Essenzialmente è partita dal mio desiderio di andare più a fondo: come catechista volevo approfondire quello che insegnavo ai ragazzi e mi sono iscritta all’istituto superiore di scienze religiose. Mentre frequentavo il secondo anno, don Agostino Cesario mi aveva telefonato chiedendomi se avevo piacere di fare delle ore di religione in una scuola. Da lì è iniziato tutto. Oggi sono davvero contenta di aver intrapreso questa strada perché insegnare mi piace molto».

Qual è la differenza tra regalo e dono? Ce la può descrivere?

«Sicuramente c’è una differenza, se si va a guardare l’etimologia delle parole: che poi sia effettivamente colta nel pratico da tutti, questo non saprei. Essenzialmente, nell’idea del regalo c’è un sottinteso più materialistico: suggerisce uno scambio, qualcosa che io do a te e tu a me, anche con le intenzioni più buone. Nel donare c’è qualcosa di legato alla gratuità, suggerisce un dare senza pretendere, senza aspettarsi qualcosa in cambio. Il dono di Dio più grande per un cristiano è, oltre alla vita, il suo proprio figlio».

Come la spiega ai suoi alunni?

«Non è un argomento che tratto in modo specifico. Sicuramente tocco questa tematica al rientro dalle vacanze invernali. Mi faccio raccontare come le hanno trascorse: in quasi tutti i loro racconti viene fuori che il bello è stato passare del tempo con le persone più care. Figurarsi che dopo il periodo di lockdown molti dei miei ragazzi mi raccontavano che avevano riscoperto la bellezza di stare con i propri fratelli e sorelle, con cui fino al mese prima litigavano e basta! Si tratta proprio di riscoprire il valore di un tempo donato».

Loro sono ricettivi? Li dipingono spesso come una generazione consumista, ma è vero o è un’immagine stereotipata secondo lei?

«Credo che dipenda molto dall’esperienza familiare: ce ne sono tanti che sono lasciati un po’ troppo a loro stessi, che si rifugiano in rete per scappare dalla solitudine, ma ce ne sono anche tanti altri che nei racconti in classe restituiscono la sensazione dell’importanza delle relazioni. Diversi miei alunni partecipano a gruppi come scout e Azione Cattolica: in classe quando chiedo di raccontarmi la cosa più bella del periodo lontano da scuola appena trascorso loro mi rispondono sempre con queste esperienze di comunità. Altri, magari un po’ più schivi, non mi dicono esplicitamente che sono stati da soli ma mi riportano come momento più bello l’aver giocato con la playstation e aver visto video su youtube. Io cerco di far capire loro che questi strumenti possono essere usati in maniera costruttiva. Per esempio adesso con la seconda stiamo affrontando il tema “Gesù, il Vangelo, la sua vita, il suo messaggio”: per farli riflettere sul tema ho messo sulla nostra classe virtuale su “Classroom” (un servizio web gratuito sviluppato da Google, per le scuole e le università, che aiuta a semplificare la creazione e la distribuzione di materiale didattico, ndr) brevi video di youtube con i padri francescani di Gerusalemme che commentano i testi sacri».

Che cosa percepiscono del dono che Dio ha fatto all’umanità, ovvero suo Figlio?

«Sinceramente prima di arrivare a questo ragionamento devo passare lo scoglio delle frasi tipo: “Io non credo”. A questo genere di frasi io solitamente rispondo che non importa, siamo qui perché l’ora di religione è quella dove cerchiamo di cogliere la presenza del cristianesimo cattolico nel Paese dove viviamo. Non si può fare a meno di vedere questi segnali, come chiese, musiche e festività, anche per capire meglio le altre materie. Condividiamo un percorso culturale, che non può essere disconosciuto, anche se non dobbiamo necessariamente condividere la fede. In una classe di 20 alunni, tre mi dicono che sono atei, tre che credono: gli altri sono un po’ nel limbo. Nelle mie ore, lo spazio per entrare in relazione è molto molto limitato: quelli più schivi se vogliono riescono a sfuggirti».

Che cosa suggerisce ai genitori con figli preadolescenti oggi, nel 2021?

«Come dicevo prima, cercare di esserci, sia fisicamente sia con la testa. I segnali di richiesta che arrivano dai nostri ragazzi possono essere ambigui o minimi, ma bisogna essere ricettivi e presenti».

Zelia Pastore

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