La cacciata dei mercanti dal tempio: il commento (Gv 2, 13 – 25)

La cacciata dei mercanti dal tempio, il commento

«Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete.».

Vediamo insieme a Don Vittorio Gatti, sacerdote Diocesano di Alessandria il brano di Vangelo in cui si parla della cacciata dei mercanti dal tempio: il significato, il testo e la spiegazione di Gv 2,13-25.

Gv 2, 13-25: il testo integrale della cacciata dei mercanti dal tempio nel Vangelo di Giovanni

Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato». I discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divora. Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa molti, vedendo i segni che faceva, credettero nel suo nome. Gesù però non si confidava con loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che qualcuno gli desse testimonianza su un altro, egli infatti sapeva quello che c’è in ogni uomo.

La cacciata dei mercanti dal tempio: una riflessione (Gv 2, 13-25)

Che cosa possiamo portarci nella vita di tutti i giorni da questo brano del Vangelo di Giovanni? Qui di seguito trovate il video, pubblicato sul canale YouTube della Diocesi di Alessandria, in cui don Vittorio Gatti ci propone la sua riflessione.

Gv 2, 13-25: spiegazione

Nel video, Don Vittorio ci propone una possibile spiegazione e delle riflessioni su questo episodio della vita di Gesù: leggiamole insieme.

La distruzione del tempio ci ricorda la fragilità dei nostri programmi

«La pagina che leggiamo in questa domenica si trova subito dopo le nozze di Cana. A differenza degli altri evangelisti che raccontano il presente episodio nel tempio di Gerusalemme alla fine del percorso della vita di Gesù, poco prima della sua passione, l’evangelista Giovanni lo pone all’inizio della cosiddetta ‘vita pubblica’, come se esprimesse una prospettiva di lettura di quello che sarà narrato in seguito.

I fatti sono raccontati in modo succinto: mentre entra nel tempio, Gesù sembra farsi prendere dall’ira, come se non potesse sopportare il fatto che ci fossero i cambiamonete e che si vendessero delle cose nel tempio. Se ai nostri occhi questo mercato in un luogo sacro può lasciare perplessi, ricordiamo però che esso aveva un significato, in quanto funzionale all’offerta dei sacrifici che lì si svolgevano.

L’intervento di Gesù riguarda certo la presenza di un commercio in quel luogo, ma, se leggiamo con attenzione il testo, Gesù non solo chiede di non far diventare la «casa del Padre» un luogo di mercato, ma si riferirà subito alla distruzione del tempio, con una parola che gli sarà rinfacciata durante il processo (secondo la narrazione dei vangeli sinottici).

Il problema allora non è di ordine pubblico, ma di come vada pensato il rapporto con Dio. Gesù allude alla sua morte e risurrezione: le sue parole non sono comprese dagli ascoltatori, ma il lettore è aiutato dall’evangelista a capire che il tempio di cui parla è il suo corpo. Non solo, ma fin d’ora siamo rimandati al tempo in cui Gesù sarà risorto (che in effetti è il tempo di noi che leggiamo il Vangelo), quando i discepoli, e anche noi, ricorderanno e crederanno.

Il gesto di Gesù chiede di vivere la relazione con Dio attraverso la sua morte e risurrezione, e non secondo una logica di mercato. Solo nella vita donata dal Signore crocifisso e risorto, si comprende pienamente la fede; non ci sono offerte e sacrifici per ottenere la benevolenza di Dio, perché il Padre ha già donato il suo Figlio unigenito.

La distruzione del tempio ci ricorda la fragilità delle nostre strutture e dei nostri programmi (forse lo stiamo comprendendo meglio in questo tempo di pandemia), ma insieme ci rimanda al vero tempio, il corpo di Gesù, luogo autentico dell’incontro con Dio. Riconoscere il Signore, crocifisso e risorto come vita consegnata, come perdono sempre gratuito, come annuncio e compimento di pace è la nostra meta, la nostra Pasqua».

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Gv 2, 13-25: il commento

Cosa rende la Chiesa, oggi, un “mercato”?

In redazione ci è arrivata una domanda di un nostro lettore su questo brano di Vangelo, diretta a Don Vittorio.

Nel brano evangelico (Gv 2,13-25) di domenica 7 marzo leggiamo: «Gesù trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete».

Adesso nelle nostre chiese naturalmente non troviamo i buoi, ma oggi che cosa fa delle nostre chiese un “mercato”, per usare le parole di Gesù?

Don Vittorio ci ha aiutato a dare una risposta:

«È vero che qualche volta le nostre chiese hanno i loro angoli con oggetti devozionali, pubblicazioni varie, prenotazioni di messe… e anche altro! Forse abbiamo esperienza di alcuni luoghi, come i santuari, dove c’è l’impressione di un po’ di commercio. In questo senso il gesto di Gesù ci chiede di fare un po’ di pulizia e di allontanare ogni dubbio che si offrano servizi sacri a pagamento. Ma credo che la domanda vada colta in maniera più profonda: il rischio che corriamo è di presentare il volto di Dio con quella logica che il Signore scardina. Gesù non può sopportare la logica del dare e dell’avere: l’incontro con il Signore è sempre un dono, i suoi sacramenti sono offerti nella gratuità. Qualche volta presentiamo Dio come qualcuno che esige qualcosa da noi, che controlla le nostre prestazioni per sapere se siamo all’altezza. Certo, la vita cristiana è impegnativa, ma lo è in quanto risposta ad un dono gratuito; è responsabilità e gratitudine per quanto abbiamo ricevuto».